Modello Movarisch 2026: Rischio da agenti chimici pericolosi

30/03/2026

Inquadramento

Il documento “Movarisch 2026” propone un modello (algoritmo) di valutazione del rischio da esposizione ad agenti chimici pericolosi per la salute, pensato come alternativa pratica alla misurazione diretta degli inquinanti, soprattutto nelle realtà in cui non è immediatamente disponibile un monitoraggio ambientale strutturato.

Il modello si colloca nel perimetro della valutazione del rischio chimico per la salute e mira a fornire un indice numerico che consenta di “posizionare” la situazione analizzata su una scala di rischio, con un obiettivo operativo chiaro: distinguere se si è al di sotto o al di sopra della soglia del “rischio irrilevante per la salute”, individuando priorità di intervento e indirizzando le decisioni prevenzionistiche.

A chi si rivolge

Il modello è dichiaratamente concepito per l’uso nelle piccole e medie imprese (PMI), ma viene proposto come utilizzabile anche in imprese di maggiori dimensioni quando occorra una classificazione rapida e comparabile tra sostanze, mansioni e reparti.

In termini pratici, i destinatari “operativi” sono:
 
  • il datore di lavoro e chi lo supporta nella valutazione dei rischi (RSPP, consulenti HSE);
  • i preposti e i responsabili di reparto, per la ricostruzione realistica delle modalità d’uso e dei tempi di esposizione;
  • il Medico Competente, chiamato in causa dal modello nelle scelte di classificazione e gestione del rischio, anche in zona “verde”.

A cosa serve e cosa promette di fare

Il modello è uno strumento di facilitazione che consente di:
 
  • stimare il rischio chimico senza ricorrere, almeno in prima battuta, a misurazioni strumentali;
  • confrontare sostanze e miscele a parità di funzione d’uso, favorendo scelte di sostituzione verso prodotti meno pericolosi;
  • ricondurre la valutazione ad un percorso ripetibile, basato su dati reperibili (etichette e schede di dati di sicurezza) e su informazioni organizzative (quantità, tempi, modalità operative, misure di controllo).

Non intende fornire un “valore assoluto” del rischio in senso metrologico, ma un indice comparativo e decisionale, utile per definire se la situazione è accettabile, incerta o richiede misure aggiuntive e, se del caso, misurazioni e approfondimenti.

Principio di funzionamento

Il modello usa la relazione generale:

rischio (R) = pericolo (P) × esposizione (E)

dove:

P rappresenta la pericolosità intrinseca della sostanza/miscela;
E rappresenta quanto e come il lavoratore è effettivamente esposto nello specifico contesto lavorativo.


Il rischio può essere calcolato separatamente per:

via inalatoria (Rinal = P × Einal);
via cutanea (Rcute = P × Ecute).


Quando sono rilevanti entrambe le vie, il documento prevede un rischio “cumulativo” ottenuto combinando i due contributi con una logica di somma quadratica (coerente con l’intervallo massimo indicato).

Come si determina il pericolo P

Il pericolo P è ricavato dalla classificazione di pericolo (Regolamento CLP), utilizzando le indicazioni di pericolo (codici H ed EUH) riportate in etichetta e in scheda di dati di sicurezza. A ciascuna indicazione viene attribuito uno score (punteggio), costruendo una scala di pericolosità che dà maggiore peso alle vie di esposizione tipiche del lavoro (inalatoria e cutanea).

Regola centrale: se una sostanza/miscela presenta più indicazioni di pericolo, per P si usa lo score più elevato.

Il modello attribuisce punteggi anche a situazioni “di confine”, in cui:
 
  • la miscela non è classificata pericolosa, ma contiene sostanze pericolose oltre specifiche soglie di concentrazione;
  • la sostanza non è classificata pericolosa, ma ha un valore limite di esposizione professionale;
  • materiali o miscele apparentemente non pericolosi possono, in processo, trasformarsi o decomporsi liberando agenti chimici pericolosi.

Nota: il documento dichiara che, per gli agenti cancerogeni, mutageni e tossici per la riproduzione di categoria 1A e 1B, non si applica il concetto di “rischio irrilevante per la salute”, e la logica valutativa si sposta sostanzialmente sulla valutazione dell’esposizione.

Come si determina l’esposizione per via inalatoria Einal

L’esposizione inalatoria è calcolata come:

Einal = I × d

dove:

I è un sub‑indice di intensità dell’esposizione;
d è un fattore correttivo legato alla distanza del lavoratore dalla sorgente.

Il sub‑indice I

I è ottenuto tramite un percorso a matrici che integra cinque variabili:
 
  1. proprietà chimico‑fisiche (stato fisico / volatilità / polverosità);
  2. quantità in uso su base giornaliera;
  3. tipologia d’uso (da sistema chiuso a uso dispersivo);
  4. tipologia di controllo (contenimento, aspirazione localizzata, segregazione, ventilazione generale, fino alla manipolazione diretta con DPI);
  5. tempo di esposizione su base giornaliera.

Le matrici trasformano progressivamente le scelte in indicatori intermedi (D, U, C) fino ad arrivare a I, che assume valori discreti (bassa, medio/bassa, medio/alta, alta).

Il fattore d

Il fattore d riduce l’esposizione al crescere della distanza dalla sorgente. È previsto un abbattimento fino a d = 0,1 per distanze ≥ 10 m. Il documento evidenzia che questo consente di includere in valutazione anche lavoratori non direttamente addetti, ma presenti nello stesso ambiente.

Come si determina l’esposizione per via cutanea Ecute

L’esposizione cutanea è stimata mediante una matrice che incrocia:
 
  • la tipologia d’uso (sistema chiuso, inclusione in matrice, uso controllato, uso dispersivo);
  • il livello di contatto cutaneo (nessun contatto, accidentale, discontinuo, esteso).

L’output è un indice Ecute su quattro livelli (basso, medio, alto, molto alto), con valori discreti (1, 3, 7, 10).

Il documento richiama inoltre che la valutazione cutanea diventa obbligatoria quando, nel lavoro, è possibile il contatto diretto e vi sono elementi in etichetta/SDS (o note legate a valori limite) che indicano un possibile assorbimento per via cutanea.

Criterio di classificazione del rischio

L’indice R calcolato viene confrontato con una scala che individua aree di rischio:
 
  • zona verde: rischio irrilevante per la salute (con raccomandazione di consultare comunque il medico competente);
  • zona arancio: intervallo di incertezza, in cui si richiede una revisione scrupolosa dei punteggi, delle misure adottate e il confronto con il medico competente prima di confermare l’“irrilevanza”;
  • oltre soglia: rischio superiore all’irrilevante, con richiamo all’attivazione degli adempimenti e delle misure previste per questa condizione;
  • zone di rischio elevato e grave: indicazione di riconsiderare e rafforzare il pacchetto prevenzionistico e di intensificare i controlli (sorveglianza sanitaria, misurazioni, manutenzioni).

Regole d’uso operative evidenziate nell’allegato

Il documento aggiunge alcune indicazioni applicative che incidono direttamente sul modo in cui il modello va usato:
 
  • calcolare R per ogni lavoratore e per ogni agente chimico pericoloso, scegliendo poi la situazione peggiore (valore di R più elevato) per la classificazione;
  • se si usano più prodotti (es. più miscele in verniciatura), calcolare R separatamente per ciascuno e classificare sul massimo;
  • anche quando i singoli agenti risultano “irrilevanti”, prevedere una valutazione di combinazione (sulla base dell’agente con P più elevata e del tempo complessivo di esposizione nella giornata a rischio maggiore);
  • non applicare il modello in modo meccanico: dietro al numero deve esserci una reale analisi del ciclo tecnologico, dei tempi e delle modalità operative;
  • nel valutare le variabili di controllo, non basta “dichiarare” la presenza di un presidio (es. aspirazione localizzata): occorre che sia tecnicamente adeguato ed efficace;
  • attenzione specifica alle miscele con score basso (< 4): è richiesto verificare gli ingredienti in SDS per individuare eventuali componenti con score elevato (≥ 8) che cambiano la valutazione.

Elementi di cautela e limiti del modello

Il documento evidenzia (esplicitamente o per implicazione metodologica) alcuni punti di attenzione:
  •  
  • il metodo è semiquantitativo e introduce inevitabilmente incertezza, soprattutto vicino alla soglia di classificazione;
  • il risultato dipende dalla qualità dei dati di input (classificazione CLP, SDS, stima dei tempi/quantità, efficacia reale delle misure di controllo);
  • per attività che generano agenti chimici (es. saldatura, lavorazioni di materie plastiche) il modello è applicabile, ma con “grande cautela” e con matrici dedicate, perché la specificità dei processi e la variabilità delle emissioni possono rendere meno robusta la stima;
  • il modello è pensato per la salute (Titolo IX, capo I) e non deve essere inteso come sostitutivo della gestione dei rischi per la sicurezza (incendio/esplosione, reattività, ecc.), che restano governati da altri obblighi e valutazioni.

Implicazioni organizzative

Utilizzato correttamente, il modello porta a costruire una mappa di priorità che, tipicamente, supporta:
 
  • programmi di sostituzione e riduzione alla fonte (scelta di prodotti meno pericolosi);
  • revisione delle modalità operative (da uso dispersivo a uso controllato, riduzione quantità, riduzione durata);
  • miglioramento dei controlli tecnici (contenimento, LEV, ventilazione progettata, segregazioni);
  • decisioni su sorveglianza sanitaria e monitoraggi (in particolare nelle zone sopra soglia o incerte).

Riferimenti normativi essenziali richiamati nel documento

  • protezione da agenti chimici pericolosi per la salute (Titolo IX, capo I);
  • criteri e parametri della valutazione del rischio chimico e gestione delle esposizioni multiple (richiamo all’articolo 223);
  • misure generali di tutela e misure specifiche di prevenzione e protezione, incluse la logica di sostituzione;
  • classificazione ed etichettatura CLP e schede di dati di sicurezza (SDS) come fonte primaria dei dati di pericolo.